Quattro secoli di storia in autografi e documenti originali, da una lettera romana del 1512 all’Italia di fine Ottocento: si apre con il Risorgimento: un regio decreto del 1° marzo 1860 firmato da Vittorio Emanuele II e controfirmato da Cavour, quando il sovrano era ancora re di Sardegna; una sottoscrizione con la firma di Giuseppe Mazzini, una lunga lettera di Francesco Crispi al padre, una firma del generale americano William T. Sherman e molto altro.
Seguono poi le grandi casate: Carlo Emanuele III di Savoia con una patente di porto d’armi del 1733 e un ricco nucleo estense, da Francesco I a Francesco III, fino a Maria Teresa Cybo-Malaspina. Tra i documenti militari spiccano l’attestato sulle difese di Alessandria assediata nel 1657 e due nomine dello stesso ufficiale del Genio, Alessandro Ferri: la prima a Milano nel 1809, la seconda nella Danzica assediata del 1813, firmata dal generale Rapp.
Ampia la sezione dedicata a cardinali e prelati, da Trivulzio e Facchinetti fino a Consalvi e Vannutelli, con lettere che raccontano liti, nomine e guerre.Tra queste, quella del nunzio Pier Luigi Carafa in piena guerra dei Trent’anni.
Chiude un curioso manoscritto settecentesco con istruzioni, calcoli e figure per costruire una meridiana portatile.
Apertura il 29 ottobre alle 12:00 e chiude il 5 novembre dalle 20:00 ed ogni lotto è dotato di certificato COA-R.
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Stima: 600 - 800€
Descrizione:
Regio decreto di nomina firmato da Vittorio Emanuele II e controfirmato da Camillo Benso, conte di Cavour, datato Torino, 1 marzo 1860. Il documento reca l’intestazione tipografica «Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme ecc.» ed è redatto su un modulo ufficiale con formule a stampa e integrazioni manoscritte. In basso a sinistra è applicato il sigillo cartaceo regio con impressione a secco. Nel documento, su proposta del ministro segretario di Stato per gli Affari dell’Interno, Gioachino Curiano, già applicato di quarta classe presso il medesimo Ministero, viene nominato applicato di terza classe. Al nuovo grado è assegnato uno stipendio annuo di lire 1.500, con decorrenza dal giorno stesso del decreto. Il ministro dell’Interno è incaricato di dare esecuzione al provvedimento e di provvedere alla sua registrazione presso la Corte dei conti. Il decreto fu emanato durante il terzo governo Cavour, quando lo statista ricopriva contemporaneamente la presidenza del Consiglio e il Ministero dell’Interno. La data precede di poco i plebisciti dell’Italia centrale e di circa un anno la proclamazione del Regno d’Italia: Vittorio Emanuele II vi figura ancora con il titolo di re di Sardegna. Vittorio Emanuele II di Savoia (1820–1878), re di Sardegna dal 1849, sostenne il processo di unificazione nazionale condotto con Cavour e Garibaldi. Il 17 marzo 1861 assunse il titolo di primo re d’Italia, mantenuto fino alla morte. Camillo Benso, conte di Cavour (1810–1861), statista e protagonista del Risorgimento, fu più volte presidente del Consiglio del Regno di Sardegna. Guidò la politica diplomatica e istituzionale che condusse all’unificazione e nel 1861 divenne il primo presidente del Consiglio del Regno d’Italia.
In calce compaiono le firme autografe «Vittorio Emanuele» e «C. Cavour». Sono inoltre presenti annotazioni amministrative relative alla registrazione presso la Corte dei conti, avvenuta il 17 marzo 1860, con numero di registro e sottoscrizioni dei funzionari competenti.
Inizio asta: 29/10/2026 12:00
Termine asta:
05/11/2026 20:00
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Stima: 400 - 600€
Descrizione:
Regia patente di porto d’armi, sottoscritta da Carlo Emanuele III di Savoia e controfirmata da Carlo Vincenzo Ferrero, marchese d’Ormea, datata Torino, 28 luglio 1733. Redatto su un modulo a stampa intestato «Il Re di Sardegna, di Cipro, e di Gerusalemme &c.», con iniziale figurata e completamenti manoscritti, il documento è rilasciato a Giuseppe Maria Polto di Vercelli. Presenta la firma autografa «Emanuele» e il sigillo regio impresso a secco nella parte inferiore. Al piede compare un’annotazione coeva che riassume l’oggetto della concessione. Con l’atto il sovrano autorizza Polto a portare «armi da fuoco di misura» per tre anni, a decorrere dalla data del rilascio e in tutti gli Stati sabaudi, secondo quanto concesso ai soldati della cavalleria regia. Le autorità e i sudditi sono pertanto tenuti a non arrecargli impedimenti o molestie nell’esercizio del privilegio. La concessione è tuttavia accompagnata dall’esplicita condizione «che non ne abusi», formula che ne delimita l’impiego e richiama la responsabilità personale del titolare. L’espressione «armi da fuoco di misura» indicava armi conformi alle dimensioni stabilite dalle disposizioni vigenti, distinguendole da quelle proibite perché di misura irregolare, facilmente occultabili sotto gli abiti e severamente vietate alla popolazione in quanto considerate le armi preferite da briganti, assassini e duellanti. L'identificazione di Polto come sacerdote patrimoniale rende la licenza una testimonianza significativa delle deroghe personali concesse dall’autorità regia in materia di porto d’armi. La controfirma del marchese d’Ormea colloca l’atto nell’attività della più alta amministrazione sabauda. Carlo Vincenzo Ferrero d’Ormea, primo segretario di Stato per gli Affari interni ed esteri, fu uno dei principali collaboratori di Carlo Emanuele III e una figura centrale nella politica e nella diplomazia del Regno durante i primi decenni del Settecento. Carlo Emanuele III di Savoia (1701–1773), re di Sardegna e duca di Savoia dal 1730, succedette al padre Vittorio Amedeo II. Rafforzò l’amministrazione, le finanze e l’esercito sabaudi e partecipò alle guerre di successione polacca e austriaca, ampliando i territori del Regno.
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05/11/2026 20:09
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Stima: 400 - 600€
Descrizione:
Autografo di Francesco I d’Este, duca di Modena e Reggio su lettera ducale manoscritta, redatta da mano di cancelleria e datata Modena, 24 gennaio 1653. Indirizzato al capitano di Villabella, il documento si apre con l’intestazione «Francesco Duca di Modona etc.» e riguarda l’applicazione dell’«Imposta sopra la Macina». Al verso figurano l’indirizzo al capitano di Villabella ed il sigillo ducale circolare sotto carta, con l’arme estense impressa. Nella missiva Francesco I interviene sulle modalità di ripartizione e riscossione del tributo gravante sulla macinazione dei cereali. Dopo avere esaminato le proposte e le istanze presentate, dispone che la nuova regolamentazione venga applicata secondo i termini indicati nella grida allegata, già pubblicata in altri luoghi dei suoi Stati. Ordina quindi al capitano di farla rendere pubblica anche nelle località comprese nella propria giurisdizione e di assicurarne la puntuale osservanza. L’imposta sulla macina colpiva la trasformazione dei cereali in farina e incideva pertanto su un’attività essenziale per l’alimentazione delle comunità. Per il governo ducale rappresentava una fonte regolare di entrate, ma la sua applicazione richiedeva un’attenta ripartizione fra famiglie e territori. Il documento testimonia il tentativo di rendere uniforme la riscossione attraverso una grida generale e il diretto coinvolgimento dei rappresentanti locali. La disposizione si colloca in una fase segnata dalle persistenti esigenze finanziarie degli Stati italiani. La pace di Westfalia del 1648 aveva concluso la Guerra dei Trent’anni, ma il conflitto fra Francia e Spagna proseguì sino al 1659. Il Ducato di Modena e Reggio rimase coinvolto nel sistema di alleanze e mobilitazioni della penisola, dopo avere risentito della crisi di Mantova e avere partecipato alla Guerra di Castro. In tale quadro, la continuità delle entrate fiscali era indispensabile al mantenimento dell’amministrazione e dell’apparato militare, pur non essendo esplicitamente indicata nella lettera una destinazione bellica del tributo. Francesco I d’Este (1610–1658), duca di Modena e Reggio dal 1629, perseguì una politica volta a consolidare lo Stato estense nel confronto fra Francia, Spagna, Impero e papato. Partecipò alla Guerra di Castro e promosse il rinnovamento politico, amministrativo e monumentale di Modena.
Il duca prescrive inoltre che i deputati e i funzionari incaricati procedano alla riscossione delle somme dovute, rendendo conto dell’esecuzione degli ordini. La comunicazione documenta così il rapporto fra il governo centrale estense e le amministrazioni periferiche, alle quali spettavano la pubblicazione delle disposizioni fiscali, il controllo della loro applicazione e la raccolta delle entrate.
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05/11/2026 20:10
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Stima: 250 - 350€
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Autografo di Cesare Ignazio d’Este su lettera manoscritta, datata «Modena li 23 Xbre 1688». La missiva è rivolta a un destinatario non identificabile; nel testo questi viene appellato «Vostra Signoria Illustrissima». Nella missiva il principe ringrazia il destinatario per avergli fatto pervenire con particolare sollecitudine i propri auguri in occasione delle imminenti festività del Santo Natale. Dichiara di riconoscere in tale gesto una manifestazione di cortesia e benevolenza, esprime «pienissime grazie» e ricambia augurando ogni felicità. Conclude assicurando che desidererà occasioni nelle quali poter dimostrare la propria disponibilità al servizio del corrispondente. La lettera costituisce un esempio della corrispondenza cerimoniale praticata presso le corti italiane del Seicento, nella quale lo scambio degli auguri natalizi era accompagnato da formule di gratitudine, deferenza e reciproca disponibilità. Cesare Ignazio d’Este (1653–1713), principe della casa d’Este e settimo marchese di Montecchio, ricevette nel 1674 il grado di generale in capo. Partecipò alla vita politica della corte modenese e nel 1713 ricoprì l’incarico di governatore di Reggio.
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05/11/2026 20:11
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Stima: 400 - 600€
Descrizione:
Autografo di Rinaldo d’Este, duca di Modena e Reggio su lettera manoscritta, datata «Di Modona, li 6 Luglio 1696». Conserva al verso l’indirizzo e tracce del sigillo ducale impresso. Nella breve missiva Rinaldo dispone che venga eseguito quanto stabilito in un suo precedente rescritto, annotato sulla supplica allegata di Antonio Moggi, cittadino di Ferrara: «Eseguite il contenuto del nostro rescritto annotato alla congiunta supplica d’Antonio Moggi cittadino di Ferrara, e Dio vi prosperi». Seguono la data e la sottoscrizione del duca. Una nota marginale riassume verosimilmente l’oggetto amministrativo della pratica. Il documento appartiene ai primi anni del governo di Rinaldo d’Este e testimonia l’attività ordinaria della cancelleria ducale, attraverso la quale il sovrano impartiva disposizioni in merito alle suppliche presentate dai sudditi. Rinaldo era stato creato cardinale nel 1686, pur senza ricevere l’ordinazione sacerdotale. Alla morte senza eredi del nipote Francesco II, avvenuta nel settembre 1694, fu chiamato a succedergli alla guida dello Stato estense. Per assumere pienamente il governo e assicurare la continuità dinastica rinunciò alla porpora cardinalizia: le dimissioni furono formalmente accettate da papa Innocenzo XII il 21 marzo 1695. Tornato allo stato laicale, sposò Carlotta Felicita di Brunswick-Lüneburg. Rinaldo d’Este (1655–1737), figlio del duca Francesco I e di Lucrezia Barberini, fu cardinale dal 1686 e duca di Modena e Reggio dal 1694. Rinunciò alla porpora per succedere al nipote Francesco II e governò lo Stato estense sino alla morte, attraversando le guerre europee dei primi decenni del Settecento.
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05/11/2026 20:12
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Stima: 280 - 350€
Descrizione:
Autografo della principessa Benedetta Maria Ernestina d’Este su lettera manoscritta, datata Modena, 1º gennaio 1711. Al verso è presente l’indicazione del destinatario, il conte Achille Taccoli a Mirandola, insieme al sigillo recante lo stemma della famiglia. Benedetta Maria Ernestina d’Este (1697–1777), principessa di Modena e Reggio, era la figlia primogenita del duca Rinaldo d’Este e di Carlotta Felicita di Brunswick-Lüneburg. Rimasta nubile, partecipò alla vita della corte estense e nel 1737 esercitò temporaneamente la reggenza del ducato insieme alla sorella Amalia.
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05/11/2026 20:13
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Stima: 280 - 350€
Descrizione:
Autografo di Francesco Foresto d’Este su lettera manoscritta, datata «Bologna li 27 Xbre 1711» e indirizzata a Filippo Molza di Modena. Al verso è presente l’indirizzo «All’Illustrissimo Signor il Signor Filippo Molza», seguito dall’indicazione «Modena». Sono inoltre visibili le pieghe postali originarie e residui del sigillo. Nella missiva Foresto d’Este dichiara di sentirsi «pienamente felice» per le manifestazioni di benevolenza ricevute dal destinatario e riconosce nel suo costante affetto gli auguri inviatigli per il Santo Natale. Ringrazia quindi Molza con tono cordiale e affettuoso, ricambiandone i sentimenti e invitandolo a offrirgli occasioni nelle quali possa dimostrare concretamente la propria considerazione. La missiva termina con una formale attestazione di disponibilità e devozione. La comunicazione testimonia la consuetudine dello scambio di auguri natalizi all’interno delle relazioni aristocratiche del primo Settecento, nelle quali il ringraziamento era accompagnato da formule di reciproca disponibilità e servizio. Francesco Foresto d’Este (1652–1725), principe appartenente a un ramo della casa d’Este, fu militare e marchese di Scandiano. Educato in Francia, prestò servizio nell’esercito imperiale durante le campagne condotte da Raimondo Montecuccoli e partecipò alla vita politica e dinastica della corte modenese.
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05/11/2026 20:14
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Stima: 350 - 450€
Descrizione:
Autografo di Francesco III d’Este, duca di Modena, su patente di elezione e nomina a capitano del conte Francesco Magnani, emanata a nome di Francesco III d’Este e datata «dal Nostro Ducal Palazzo di Modena», 2 gennaio 1750. Il documento è redatto su un grande foglio con intestazione e formulario a stampa, completati nelle parti nominative e dispositive mediante integrazioni manoscritte. In calce sono presenti le sottoscrizioni di cancelleria e un sigillo di grandi dimensioni, applicato sotto carta. Con l’atto il duca rende nota l’elezione del conte Francesco Magnani al grado di capitano delle truppe ducali, conferendogli le attribuzioni e le prerogative proprie dell’incarico. La nomina dispone che il conte venga riconosciuto in tale grado dalle autorità e dai militari interessati, secondo le consuete formule amministrative e gerarchiche della cancelleria estense. Il documento testimonia il sistema di conferimento degli incarichi militari negli Stati Estensi alla metà del XVIII secolo. La compresenza di un formulario tipografico e di integrazioni manoscritte riflette una prassi documentaria destinata a uniformare le patenti ducali, mantenendo nei singoli esemplari i dati relativi al beneficiario, al grado e alla data di emanazione. Francesco III d’Este (1698–1780), duca di Modena e Reggio dal 1737, governò gli Stati Estensi durante una fase segnata dalle guerre dinastiche europee e dal crescente legame con la monarchia asburgica. Dal 1754 ricoprì anche la carica di governatore del Ducato di Milano.
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05/11/2026 20:15
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Stima: 180 - 250€
Descrizione:
Autografo di Maria Teresa Cybo-Malaspina d’Este, contessa di Novellara, su lettera manoscritta, datata Novellara,2 agosto 1779 e indirizzata al conte Franco Magnani di Modena. Il testo, vergato in elegante grafia settecentesca, è concluso dall’ampia sottoscrizione «Maria Teresa Cybo d’Este». Al verso sono conservati il sigillo e l’indicazione manoscritta del destinatario. Nella missiva Maria Teresa comunica il proprio compiacimento per il «contrattato e stabilito accasamento» tra la marchesa Ipolita Molza e il figlio primogenito del conte Vincenzo. Sottolinea come il progetto matrimoniale, frutto delle sollecitudini del destinatario, abbia ottenuto anche la sovrana approvazione. Esprime quindi la propria soddisfazione per la gradita notizia e la riconoscenza per l’attenzione dimostrata dal conte Magnani, assicurandogli la continuità dei suoi riguardi verso di lui e la sua dama. La lettera documenta le modalità con cui venivano comunicati e accolti gli accordi matrimoniali tra famiglie nobili nella società di corte del XVIII secolo. Il richiamo alla sovrana approvazione evidenzia il carattere anche dinastico e istituzionale dell’unione, oltre alla sua dimensione familiare. Maria Teresa Cybo-Malaspina (1725–1790), duchessa sovrana di Massa e principessa di Carrara, fu l’ultima esponente regnante dei Cybo-Malaspina. Sposò Ercole Rinaldo d’Este, futuro Ercole III, divenendo nel 1780 duchessa consorte di Modena e Reggio. Promosse interventi amministrativi e culturali nei propri domini.
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05/11/2026 20:16
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Stima: 250 - 350€
Descrizione:
Autografo di Alvaro Ruffo de'Principi della Scaletta su passaporto del Regno delle Due Sicilie, datato Napoli, 1° giugno 1823, recante in alto l’intestazione tipografica «S.M. il Re del Regno delle Due Sicilie» e il grande stemma reale impresso a secco. Il documento, compilato a mano su modulo prestampato, è sottoscritto da Antonio Ruffo, principe della Scaletta, nella sua qualità di ministro segretario di Stato della Guerra e della Marina. Il passaporto è rilasciato al principe di Palazzolo, destinato dal sovrano a far parte della Legazione del Regno delle Due Sicilie presso la Santa Sede a Roma. Viene ordinato alle autorità civili e militari del Regno, e richiesto alle potenze amiche e alleate, di non arrecare al titolare alcuna molestia o impedimento durante il viaggio, prestandogli anzi l’assistenza eventualmente necessaria. Il documento costituisce una testimonianza delle procedure di viaggio e di frontiera vigenti nel Regno delle Due Sicilie durante la Restaurazione, applicate in questo caso a un componente di una missione diplomatica diretta presso la corte pontificia. Il foglio presenta pieghe d’epoca, diffuse tracce d’uso e piccoli strappi marginali. Antonio Ruffo (1778–1846), principe della Scaletta, fu militare e uomo di governo del Regno delle Due Sicilie. Ministro segretario di Stato della Guerra e della Marina dal 1822 al 1830, ricoprì rilevanti incarichi militari e amministrativi sotto Ferdinando I e Francesco I di Borbone.
Al verso sono presenti numerose annotazioni e vidimazioni che documentano le successive tappe del percorso.
Il 5 giugno compare il visto della Nunziatura Apostolica di Napoli; il 6 giugno sono apposti quelli dell’ufficio prelatorio di Napoli e della Polizia di Fondi. Al 7 giugno risalgono quattro ulteriori controlli, tra i quali quelli della Polizia di Fortella, della Polizia di Mola e dell’ispettore di Polizia di Capua. Timbri, firme e note manoscritte permettono così di ricostruire il controllo amministrativo del viaggio da Napoli verso Roma.
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05/11/2026 20:17
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Stima: 180 - 250€
Descrizione:
Lettera interamente autografa firmata di Antonio Angelo Miari, redatta a Malta il 10 settembre 1791 e indirizzata a Gaetano Poggiali, editore e bibliografo livornese. Nella missiva Miari comunica di aver ricevuto già da qualche tempo il pacchetto di libri che il cavaliere Lazzera, amico comune, aveva pregato Poggiali di fargli recapitare alla prima occasione opportuna. Precisa inoltre che la lettera di Poggiali del 22 maggio gli è stata consegnata soltanto negli ultimi giorni, dopo un ritardo insolitamente lungo del quale non sa indicare la causa. Ringrazia quindi il destinatario per la diligenza dimostrata e lo prega di rassicurare il cavaliere Lazzera che il pacchetto gli è stato consegnato «in ottima condizione». La missiva si conclude con l’offerta della propria disponibilità e dei propri servizi, seguita dalla formula «Divotissimo obbligatissimo servitore» e dalla firma «Cav. Antonio Miari». Antonio Angelo Miari (1754–1823), nobile bellunese e cavaliere dell’Ordine di Malta, fu capitano della flotta, segretario del gran maestro e ministro veneziano a Malta. Divenuto balì e ministro plenipotenziario dell’Ordine, partecipò al Congresso di Vienna del 1815.
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05/11/2026 20:18
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Stima: 600 - 800€
Descrizione:
Piccolo documento manoscritto recante una sottoscrizione autografa di Giuseppe Mazzini a favore di un certo signor Riva. Il foglio, privo di data e di indicazione di luogo, presenta in alto il titolo «Sottoscrizioni» e una breve dichiarazione destinata a spiegare la raccolta di denaro. Nell’angolo superiore sinistro è visibile una piccola impressione circolare a secco. La sottoscrizione viene promossa affinché il signor Riva possa «sottrarsi alle angustie d’una posizione più che difficile ed avvicinarsi verso la Italia». Subito sotto compare il nome autografo «Giuseppe Mazzini», affiancato dall’importo «0.10.0». Seguono le firme di altri partecipanti alla raccolta, accompagnate dalle rispettive somme. Il documento è corredato da due ritratti a stampa di Giuseppe Mazzini. Il primo, a colori, (10,7x6,8 cm) lo raffigura in età avanzata, con barba bianca e abito scuro, ed è accompagnato dal nome «Giuseppe Mazzini». Il secondo (23,5x19,7 cm), eseguito con tecnica grafica di gusto litografico, presenta Mazzini a mezzo busto in età più giovane, con la dicitura «Giuseppe Mazzini, Triumviro della Repubblica Romana». Giuseppe Mazzini (1805–1872), patriota, pensatore e uomo politico genovese, fondò nel 1831 la Giovine Italia e fu tra i principali esponenti repubblicani del Risorgimento. Triumviro della Repubblica Romana del 1849, trascorse lunghi periodi in esilio promuovendo l’unità nazionale e la partecipazione popolare.
La notazione degli importi, verosimilmente espressi in valuta britannica, e il riferimento alla possibilità di avvicinarsi all’Italia collocano plausibilmente il documento nell’ambiente dell’emigrazione politica legato a Mazzini. Il foglio testimonia la rete di solidarietà economica attiva intorno agli esuli e ai sostenitori della causa nazionale italiana, pur non consentendo di identificare con certezza il beneficiario o le circostanze specifiche dell’iniziativa.
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05/11/2026 20:01
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Stima: 500 - 700€
Descrizione:
Autografo di Íñigo de Velandia su certificazione militare in lingua spagnola, redatta ad Alessandria il 2 ottobre 1658 e sottoscritta con ampia firma autografa. Nell’intestazione il firmatario si qualifica come cavaliere dell’Ordine di San Giovanni, membro del Consiglio Segreto di Sua Maestà e capitano generale dell’artiglieria dello Stato di Milano. Il documento è rilasciato a favore di Pompeo Robutti, gentiluomo alessandrino esperto di architettura militare. Velandia dichiara di avere conosciuto personalmente Robutti durante il proprio governo di Alessandria e ne ricorda la «práctica y experiencia […] en la Arquitectura militar». Per queste competenze era stato impiegato in diverse occasioni al servizio della Corona, soprattutto nella progettazione e nella realizzazione delle fortificazioni e delle opere di riparazione della città e del Borgo. L’assedio di Alessandria del 1657 si colloca nella fase conclusiva della guerra franco-spagnola, protrattasi sino alla pace dei Pirenei del 1659. La città, appartenente allo Stato di Milano sotto la monarchia spagnola, costituiva una piazzaforte strategica e riuscì a resistere all’offensiva franco-sabauda. A Robutti sono attribuite diverse opere difensive, tra cui fortini, mezzelune, strade coperte, passaggi sotterranei e palificate. Redatta appena un anno dopo l’assedio da un alto ufficiale che aveva ispezionato personalmente le fortificazioni, l’attestazione collega direttamente il suo nome alla preparazione della difesa cittadina. Íñigo de Velandia fu un ufficiale della monarchia spagnola attivo nello Stato di Milano. Cavaliere dell’Ordine di San Giovanni e membro del Consiglio Segreto, ricoprì gli incarichi di governatore di Alessandria e capitano generale dell’artiglieria, con responsabilità sulle fortificazioni e sulla difesa delle piazzeforti lombarde.
La parte centrale riguarda l’assedio francese del 1657. Velandia ricorda che Alessandria era stata assediata «dal nemico francese» l’anno precedente e attesta di avere personalmente visitato, dopo il proprio ingresso in città, le fortificazioni e i ripari approntati contro l’attacco. Dalle informazioni raccolte aveva potuto stabilire «que todo havia sido obra y disposición del mismo Robutti», riconoscendo quindi all’ingegnere la responsabilità progettuale e organizzativa delle opere difensive.
La certificazione sottolinea inoltre la continuità del servizio prestato da Robutti, la puntualità e l’affidabilità dimostrate e i pericoli personali affrontati. L’ingegnere aveva continuato a seguire i lavori pur essendo convalescente e senza percepire alcuno stipendio, «sin gozar sueldo ninguno». Per tali meriti Velandia lo dichiara degno di ogni grazia o ricompensa che il sovrano avesse ritenuto opportuno concedergli.
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05/11/2026 20:19
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Stima: 350 - 450€
Descrizione:
Documento ufficiale manoscritto con firme autografe di Augusto Caffarelli e Giovanni Battista Bianchi d’Adda, datato Milano, 6 dicembre 1809. Redatto su carta ministeriale con intestazione a stampa «Regno d’Italia», reca a sinistra le indicazioni «Divisione IV – Genio» e il numero di protocollo 29270. È indirizzato ad Alessandro Ferri, sottotenente e allievo della Scuola militare di Modena. Il ministro della Guerra comunica che il principe viceré Eugenio di Beauharnais, con decreto del precedente 30 novembre, ha nominato Ferri «Tenente in 2º» nel Real Corpo del Genio. Il provvedimento richiama la legislazione relativa all’organizzazione del corpo e formalizza il passaggio dell’allievo dalla Scuola militare al servizio effettivo come ufficiale del Genio. Il documento testimonia le procedure di selezione e immissione degli ufficiali del Genio nel Regno d’Italia napoleonico, nonché il ruolo svolto dalla Scuola militare di Modena nella loro formazione. François-Marie-Auguste de Caffarelli du Falga (1766–1849), generale francese, partecipò alla battaglia di Austerlitz. Napoleone lo nominò ministro della Guerra del Regno d’Italia, incarico esercitato dal 1806 al gennaio 1810; in seguito operò nelle campagne di Spagna e fu pari di Francia. Giovanni Battista Bianchi d’Adda (1748–1830), generale milanese del Genio, ricoprì incarichi militari e amministrativi nella Repubblica Cisalpina e nel Regno d’Italia. Fu ispettore generale del Genio e sovrintese al Deposito generale della Guerra.
Nel prosieguo si precisa che il generale ispettore Giovanni Battista Bianchi d’Adda avrebbe trasmesso il documento a Ferri e gli avrebbe indicato la nuova destinazione. Il trattamento economico e l’anzianità nel corpo vengono fatti decorrere dal 1º settembre precedente, mentre la posizione rispetto agli altri allievi promossi contemporaneamente è stabilita secondo la graduatoria di merito della Scuola.
La comunicazione specifica inoltre che il foglio avrebbe avuto provvisoriamente valore di brevetto, in attesa del successivo rilascio del documento nella forma regolamentare. Il testo, distribuito sul recto e sul verso, termina con la firma autografa del ministro Caffarelli; è presente anche la sottoscrizione di Bianchi d’Adda, indicato come direttore della IV Divisione.
Inizio asta: 29/10/2026 12:00
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05/11/2026 20:20
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Stima: 280 - 350€
Descrizione:
Autografo del conte e generale Jean Rapp su comunicazione ufficiale di nomina, redatta in lingua francese e datata «Dantzic, le 12 Juin 1813». Il documento presenta l’intestazione a stampa «Grande Armée – 10me Corps», completata mediante inserimenti manoscritti, ed è indirizzato ad Alessandro Ferri, luogotenente in primo del Corpo reale del Genio italiano. Rapp comunica che, in virtù dei poteri conferitigli dall’imperatore Napoleone con lettera del 5 giugno 1813, ha nominato Ferri «Capitaine en Second» nel medesimo corpo. La comunicazione fu emessa mentre Danzica era assediata dalle forze russe e prussiane. Rapp, governatore generale della città e comandante del X Corpo, dirigeva la difesa della piazzaforte; la nomina di Ferri si inserisce pertanto nell’organizzazione del Genio militare durante le operazioni dell’assedio. Jean Rapp (1771–1821), generale francese e conte dell’Impero, fu aiutante di campo di Desaix e successivamente di Napoleone. Distintosi ad Austerlitz e nelle principali campagne napoleoniche, governò Danzica e ne guidò la prolungata difesa durante l’assedio del 1813.
Il generale precisa di aver informato della nomina il generale di divisione Jacques-David de Campredon, comandante del Genio del X Corpo d’armata, affinché Ferri venga riconosciuto nel nuovo grado. Aggiunge che il ministro della Guerra gli farà successivamente pervenire il brevetto definitivo e stabilisce che, nell’attesa, la presente lettera dovrà servirgli quale titolo provvisorio. Il documento termina con una formula di saluto e con la firma autografa «Rapp», preceduta dal titolo di conte.
Inizio asta: 29/10/2026 12:00
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05/11/2026 20:21
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Stima: 380 - 450€
Descrizione:
Autografo di Ferenc József Gyulay von Maros-Németh und Nádaska su ordine militare manoscritto in lingua tedesca, redatto a Verona il 4 novembre 1850 e sottoscritto in calce dal generale con l’ampia firma autografa «Gyulay m.p.». Il documento, munito di numero di protocollo, è indirizzato all’Imperiale Regio Comando di città di Brescia. Al verso sono presenti annotazioni amministrative, tra cui la registrazione a Brescia del 7 novembre 1850. Foglio ripiegato, con le consuete pieghe d’epoca e lievi tracce d’uso. La comunicazione riguarda la Elisabeth-Theresien-Stiftung. Gyulay rileva che non è ancora pervenuta al Comando d’Armata la relazione prevista entro la fine di ottobre, contenente le segnalazioni per l’anno 1850 dei generali e colonnelli pensionati candidati ai benefici della Fondazione. Ordina pertanto al Comando di Brescia di trasmettere la documentazione richiesta entro ventiquattro ore dal ricevimento dell’ordine. Il carattere perentorio della disposizione è espresso dalla formula conclusiva che richiama l’esatto adempimento del comando. La Elisabeth-Theresien-Stiftung era un’istituzione militare dell’Impero austriaco destinata ad assicurare un sostegno economico agli ufficiali superiori distintisi per lunga e meritoria carriera. Il documento testimonia concretamente le procedure amministrative con cui i comandi territoriali raccoglievano e inoltravano le candidature. Sotto il profilo cronologico, l’ordine fu emanato appena due giorni dopo la promozione di Gyulay al grado di Feldzeugmeister, avvenuta il 2 novembre 1850, mentre ricopriva il comando del V Corpo d’Armata in Italia. Ferenc József Gyulay von Maros-Németh und Nádaska (1798–1868), generale e politico ungherese al servizio dell’Impero austriaco, fu ministro della Guerra tra il 1849 e il 1850. Comandante delle forze imperiali in Italia nel 1859, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu sconfitto a Magenta.
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Termine asta:
05/11/2026 20:22
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Stima: 600 - 800€
Descrizione:
Lettera interamente autografa e firmata di Giovanni Benedetto Bonsevero, datata in chiusura «Rome XXI februarij 1512». Manoscritto su carta vergata, disposto sul recto e proseguito al verso, indirizzato a Giovanni Matteo Sartori, arcivescovo di Santa Severina e qualificato nell’indirizzo come camerario segreto pontificio. La sottoscrizione reca la formula deferente «Servulus Jo. Benedictus Bonseuerus». Nella missiva Bonsevero riferisce diffusamente intorno a una complessa controversia giudiziaria seguita presso la Curia romana. Richiama la Rota, le procure presentate dalle parti, il giudice, il notaio della causa e la condotta della parte avversa. Esamina inoltre la possibilità di ottenere un provvedimento di inibizione e sollecita il proprio interlocutore a intervenire con la necessaria cautela. La vertenza è definita «causa grave et de summa importanza» e coinvolge un interesse economico indicato nell’ordine di diecimila ducati. La lettera costituisce una testimonianza diretta della prassi giuridica e amministrativa della Curia pontificia durante il pontificato di Giulio II. Il linguaggio, nel quale si alternano italiano e formule latine, restituisce la fitta rete di rapporti personali e professionali che accompagnava lo svolgimento delle cause presso i tribunali romani del primo Cinquecento. Giovanni Benedetto Bonsevero, documentato anche nelle forme latine Iohannes Benedictus Bonseverus e de Bonsaveris, fu un funzionario della Curia romana. Tra il 1514 e il 1518 è attestato quale scriptor brevium, incaricato della redazione dei brevi pontifici.
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05/11/2026 20:23
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Stima: 180 - 250€
Descrizione:
Lettera interamente autografa e firmata di Niccolò Ridolfi, datata 27 ottobre 1601. Manoscritto a inchiostro bruno su carta vergata, disposto su due facciate e concluso dalla sottoscrizione autografa dell’autore. Il foglio conserva le antiche piegature e presenta la naturale trasparenza dell’inchiostro, con lievi bruniture e tracce d’uso. Nella missiva, dopo un’ampia introduzione scandita da formule di deferenza, ringraziamento e disponibilità al servizio, Ridolfi affronta la commissione di alcune pistole. Si dichiara soddisfatto nell’apprendere che le armi sono già state ordinate e ribadisce che dovranno essere di «intera perfettione e bellezza», precisando che non sarebbe stato un problema qualora il prezzo avesse ecceduto «di qualcosa le doppie cinque». Niccolò Ridolfi (1578–1650), religioso domenicano appartenente a una famiglia senatoria fiorentina, fu teologo, oratore e Maestro del Sacro Palazzo. Eletto Maestro generale dell’Ordine dei Predicatori nel 1629, ne resse il governo sino ai primi anni Quaranta del Seicento.
La seconda parte riguarda la spedizione. Ridolfi auspica che le pistole possano raggiungerlo «con maggior prestezza» e osserva come le occasioni di trasporto siano piuttosto rare. Si dichiara quindi disposto a servirsi di un percorso differente, purché risulti «più sicuro e breve», affidando al corrispondente la scelta del mezzo più opportuno. La lettera documenta così, con insolita concretezza, la commissione di armi da fuoco curate anche sotto il profilo estetico, il loro valore espresso in doppie e le difficoltà connesse alla circolazione e alla consegna agli inizi del XVII secolo.
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05/11/2026 20:24
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Stima: 180 - 250€
Descrizione:
Lettera interamente manoscritta e autografa di Francesco Sacrati, datata «Roma, il 3 di ottobre 1615» e sottoscritta in calce «F. Sacrati Arcivescovo di Damasco». La missiva è indirizzata a un destinatario non identificato, al quale l’autore si rivolge con la formula d’ossequio «Illustrissimo et Reverendissimo mio Signore». Sacrati manifesta viva soddisfazione per l’«accommodamento», ossia l’accordo raggiunto tra il destinatario e la comunità di Lugo. Osserva che le ragioni sostenute dal proprio interlocutore apparivano «molto colorate», espressione con la quale ne riconosce la consistenza e il fondamento. Auspica quindi che l’intesa raggiunta consenta di porre definitivamente termine alle liti e alle controversie, aprendo un lungo periodo di pace e concordia. La missiva documenta l’interessamento di Sacrati per una controversia riguardante la comunità di Lugo e la sua soddisfazione per la soluzione concordata. Scritta durante il periodo nel quale ricopriva gli incarichi di arcivescovo titolare di Damasco e uditore della Sacra Rota, testimonia il suo coinvolgimento nelle relazioni giuridiche e amministrative interne allo Stato Pontificio. Francesco Sacrati (1567–1623), prelato e cardinale ferrarese, fu uditore della Sacra Rota e dal 1612 arcivescovo titolare di Damasco. Nominato prefetto della Dataria Apostolica, venne creato cardinale da Gregorio XV nel 1621 e trasferito alla sede vescovile di Cesena nel 1622.
Nella parte conclusiva rinnova i ringraziamenti per le continue attestazioni di stima ricevute e ribadisce la propria disponibilità, congedandosi mediante le consuete formule di cortesia, devozione e ossequio. Il tono della lettera, insieme cordiale e istituzionale, lascia intravedere un rapporto consolidato con il destinatario.
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05/11/2026 20:25
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Stima: 180 - 250€
Descrizione:
Autografo di Pier Luigi Carafa seniore, allora vescovo di Tricarico su lettera manoscritta, datata 9 gennaio 1633. La missiva è indirizzata a un destinatario non identificato, salutato con la formula «Illustrissimo Signore mio». Il documento presenta le originarie piegature, diffuse bruniture e antiche annotazioni attributive. Carafa ringrazia il destinatario per la benevola considerazione manifestata nei suoi confronti, che giudica superiore ai propri meriti. Affronta quindi una richiesta economica relativa alla somma di cinquemila scudi, dichiarando di non poterla soddisfare. Rifiuta pertanto di corrispondere l’importo, spiegando di non aver trovato nella propria «stretta borsa» le risorse necessarie e pregando l’interlocutore di scusarlo. La lettera risale al periodo della sua nunziatura apostolica a Colonia, svolta durante la guerra dei Trent’anni, e restituisce una testimonianza concreta delle conseguenze economiche provocate dal conflitto sull’attività diplomatica ed ecclesiastica.
Pier Luigi Carafa seniore (1581–1655), vescovo, nunzio e cardinale napoletano, fu nominato vescovo di Tricarico e nunzio apostolico a Colonia nel 1624. Creato cardinale da Innocenzo X nel 1645, rinunciò alla diocesi nel 1646 e divenne in seguito prefetto della Congregazione del Concilio.
Il vescovo attribuisce le proprie difficoltà finanziarie alle guerre, che avevano progressivamente aggravato la sua condizione e che, secondo le sue parole, erano allora «più che mai grandi sulle porte di questa città».
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05/11/2026 20:26
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Stima: 180 - 250€
Descrizione:
Autografo di Gian Giacomo Teodoro Trivulzio su lettera manoscritta, datata «Milano, li 8 Gennaio 1639» e indirizzata a un illustrissimo signore a Brescia. Al verso sono presenti le indicazioni del destinatario e del mittente, la destinazione «Brescia» e un sigillo araldico in ceralacca rossa. Il documento conserva le originarie pieghe di spedizione e presenta lievi tracce d’uso. Nella missiva Trivulzio ringrazia il corrispondente per l’augurio di prosperità ricevuto durante le festività natalizie, assicurando che la cortesia è stata accolta con particolare affetto. Conferma quindi la propria disponibilità a servirlo nelle occasioni che gli saranno proposte e ricambia gli auguri, invocando per lui «ogni maggior felicità in quest’anno nuovo». Chiude con la sottoscrizione «Il Card. Trivultio». I Trivulzio furono una delle principali famiglie del patriziato milanese, riconosciuta tra i casati nobili della città già nel 1277. A partire dal tardo Medioevo ricoprirono incarichi politici, diplomatici, militari ed ecclesiastici presso i Visconti, gli Sforza e successivamente al servizio delle monarchie francese e spagnola. Il casato possedette estesi feudi e patrimoni in Lombardia e annoverò tra i suoi membri condottieri, governatori e cardinali, esercitando per secoli una concreta influenza nelle vicende del Ducato di Milano. Gian Giacomo Teodoro Trivulzio (1597–1656), esponente del ramo dei conti di Melzo, fu creato cardinale da Urbano VIII nel 1629. Al servizio della Corona di Spagna ricoprì importanti incarichi politici, tra cui quelli di viceré d’Aragona e di Sardegna, presidente del Regno di Sicilia e governatore di Milano.
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05/11/2026 20:27
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Stima: 180 - 250€
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Autografo del cardinale Cesare Facchinetti su lettera manoscritta, datata Senigallia dicembre 1645 e indirizzata a monsignor Alberto Giunta, vescovo di Castro. Reca al verso l’indirizzo «All’Ill.mo e Rev.mo Sig.r Mons. il Vescovo – Castro», con tracce della chiusura originaria e diffuse fioriture e macchie del tempo. Nella missiva Facchinetti rinnova al destinatario le proprie «alte obbligazioni» e, nell’imminenza del «Santissimo Natale», gli rivolge auguri formulati in termini particolarmente reverenti. Lo ringrazia per la benevolenza dimostratagli e prega il Cielo affinché, come lo inclina a favorirlo, così lo induca anche a comandarlo. Conclude augurandogli ogni felicità e dichiarandosi «Aff.mo per servirla», seguito dall’ampia firma «Cesare Facchinetti». La lettera appartiene al periodo in cui Facchinetti, cardinale dal 1643, reggeva la diocesi di Senigallia. Cesare Facchinetti (1608–1683), ecclesiastico e diplomatico italiano, fu nunzio apostolico in Spagna, vescovo di Senigallia e poi arcivescovo di Spoleto. Creato cardinale nel 1643 da Urbano VIII, divenne cardinale vescovo di Ostia e decano del Sacro Collegio.
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05/11/2026 20:28
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Stima: 280 - 350€
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Lunga lettera interamente autografa e firmata di Francesco Crispi, redatta a Torino il 27 agosto 1852 e indirizzata al padre Tommaso, al quale si rivolge con l’appellativo «Carissimo mio Padre». Alla lettera è annessa una cartolina illustrata viaggiata, di epoca successiva, recante un ritratto fotografico di Crispi, francobollo e timbri postali. La missiva è dedicata prevalentemente a una complessa controversia siciliana di carattere giudiziario e patrimoniale. Crispi esamina questioni relative a debiti, beni mobili, creditori e debitori, deposito giudiziario e pignoramento, valutando le possibili azioni da intraprendere. Il tono assume più volte quello di un articolato parere legale, con richiami agli articoli 696 e 703 della procedura civile e a un atto datato 6 settembre 1851. Nel ricostruire la vicenda, Crispi affronta anche temi riguardanti i beni e l’amministrazione dei comuni, utilizzando il termine «Università» nell’antico significato di comunità municipale. Richiama precedenti documentari del 1845 e del 1850, opposizioni al pignoramento e diverse località siciliane, tra le quali Mistretta, Biancavilla e Alcara li Fusi. Fa inoltre riferimento all’opera storico-economica di Lodovico Bianchini, impiegata come supporto alla propria argomentazione. Una parte della lettera contiene indicazioni pratiche per il reperimento in Sicilia di atti, copie e testimonianze necessarie a sostenere la posizione esaminata. Crispi ricorda inoltre di avere già inviato al padre, con una precedente lettera del 19 agosto, una procura: la missiva appartiene quindi a una più ampia corrispondenza familiare e giuridica. Dopo la lunga trattazione tecnica, chiede la benedizione paterna e si congeda affettuosamente come «Suo figlio aff.mo Francesco». Nel 1852 Crispi si trovava in esilio a Torino dopo la repressione della rivoluzione siciliana del 1848-1849. Il documento mostra il futuro uomo di governo ancora nella veste di avvocato e studioso delle istituzioni, impegnato nell’interpretazione della legislazione vigente nel Regno delle Due Sicilie e nelle questioni relative all’amministrazione municipale. La cartolina con il suo ritratto, necessariamente posteriore alla lettera, costituisce un complemento iconografico aggiunto alla documentazione. Francesco Crispi (1818–1901), avvocato, patriota e uomo politico italiano, partecipò alla rivoluzione siciliana del 1848 e all’organizzazione della spedizione dei Mille. Deputato dal 1861, fu ministro dell’Interno e presidente del Consiglio nei periodi 1887-1891 e 1893-1896.
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05/11/2026 20:02
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Stima: 280 - 350€
Descrizione:
Autografo di Innico Caracciolo seniore, futuro cardinale e arcivescovo di Napoli su lettera manoscritta redatta a Roma il 26 maggio 1646 e spedita a Firenze. Il nome del destinatario è stato rimosso mediante un’ampia asportazione della parte inferiore del foglio; rimane visibile soltanto l’indicazione di destinazione «in Firenze». Nella missiva Caracciolo ringrazia il corrispondente per i numerosi favori ricevuti, dichiarando che neppure il ritardo può diminuirne il valore. Comunica quindi che gli è giunta la cassetta del granduca e manifesta particolare riconoscenza per le cortesi modalità con cui gli è stata fatta recapitare. Conclude esprimendo il desiderio di poter ricambiare tali attenzioni, assicurando la propria disponibilità a servire il destinatario e dichiarandosi in attesa di occasioni per dimostrarla. Il documento conserva le originarie pieghe di spedizione e presenta diffuse fioriture, bruniture marginali, piccole mancanze e tracce d’uso. Il riferimento al granduca e la destinazione fiorentina collocano la comunicazione nell’ambito dei rapporti intrattenuti da Caracciolo con esponenti legati alla corte medicea. Innico Caracciolo seniore (1607–1685), prelato napoletano della famiglia dei duchi di Airola, fu protonotario apostolico, referendario della Segnatura e chierico della Camera Apostolica. Creato cardinale in pectore nel 1666, fu pubblicato e nominato arcivescovo di Napoli nel 1667.
Al verso sono presenti la data «Roma, 26 maggio 1646» e il nome del mittente «Innico Caracciolo».
All’epoca della lettera Caracciolo era già attivo nella Curia romana, ma la sua elevazione alla porpora sarebbe avvenuta circa vent’anni più tardi. Il documento appartiene pertanto alla fase precedente ai maggiori incarichi ecclesiastici del mittente.
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05/11/2026 20:29
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Stima: 180 - 250€
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Autografo del cardinale Ottaviano Acquaviva d’Aragona su lettera manoscritta, datata Roma, 2 gennaio 1664 e indirizzata a monsignor vescovo di Cervia. Al verso presente l'indicazione del destinatario. Nella missiva il cardinale riferisce in merito a somme connesse ai «ritratti di sali», espressione con la quale sembrano indicarsi i ricavati o proventi del sale. Comunica che sino a quel momento sono stati trasmessi centosettanta scudi dal signor Granara e altri cento scudi «a pena del Ricci». Nell’attesa del residuo, Acquaviva accenna alle difficoltà e alle contestazioni insorte, chiedendo al destinatario di esporgli il proprio parere e le determinazioni che intende assumere. La lettera termina con l’augurio di felicità e con la firma. La comunicazione si inserisce nel quadro dell’amministrazione delle saline di Cervia, la cui produzione costituiva una rilevante risorsa fiscale dello Stato Pontificio. I tesorieri di Romagna, in qualità di appaltatori delle saline, intervenivano nella riscossione e nel commercio del sale, oltre che nella gestione dei canali, del porto e dei depositi. Ottaviano, noto anche come Ottavio, Acquaviva d’Aragona (1609–1674), ecclesiastico napoletano, fu governatore pontificio di Jesi, Orvieto, Ancona e Viterbo e legato in Romagna. Creato cardinale da Innocenzo X nel 1654, dal 1658 ebbe il titolo di Santa Cecilia.
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05/11/2026 20:30
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Stima: 180 - 250€
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Lettera manoscritta firmata del cardinale Bartolomeo Massei, redatta ad Ancona il 20 dicembre 1739 e indirizzata al signor Fabio Bucelli. Sul verso compare indicazione del mittente «Ancona, 20 Decembre 1739 – Sig. Card. Bartolomeo Massei». Nella missiva Massei si dichiara «molto obbligato» per i sentimenti espressi da Bucelli in occasione delle proprie felicità e lo assicura che tali disposizioni sono pienamente ricambiate. Afferma inoltre che gli sarà sempre gradito poter dimostrare concretamente la propria corrispondenza in future occasioni di servizio, invitando il destinatario a offrirgliene l’opportunità. Il cardinale ringrazia quindi Bucelli per la «cordiale attenzione» manifestata nei suoi confronti. La lettera si chiude con la formula «resto con tutto l’animo», seguita dalla data «Ancona 20 Decembre 1739» e dalla sottoscrizione autografa abbreviata «B. Card. Massei», preceduta da una formula di ossequio. Nel 1739 Massei era cardinale e vescovo di Ancona e Numana, sede affidatagli nel 1731. La lettera appartiene quindi al periodo del suo governo della diocesi anconetana, caratterizzato da attività pastorale, interventi amministrativi e lavori di rinnovamento urbano ed ecclesiastico. Il documento conserva così sia il testo della comunicazione sia le indicazioni necessarie alla sua identificazione e trasmissione. Bartolomeo Massei (1663–1745), cardinale e diplomatico pontificio italiano, fu arcivescovo titolare di Atene e nunzio apostolico in Francia. Creato cardinale da Clemente XII nel 1730, resse la diocesi di Ancona e Numana dal 1731 fino alla morte.
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05/11/2026 20:31
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Stima: 180 - 250€
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Autografo del cardinale Mario Bolognetti su lettera manoscritta, redatta a Roma il 25 settembre 1743 e indirizzata a Bologna al senatore marchese Luigi Albergati. Nella missiva Bolognetti risponde alle felicitazioni ricevute per la recente elevazione al cardinalato, definita nel testo «mia Promozione alla Sagra Porpora». Dichiara di non dubitare che il marchese abbia particolarmente gradito la notizia, come dimostrano le «obligantissime espressioni» rivoltegli, e lo ringrazia cordialmente. Conclude assicurandolo della propria «dispostissima volontà di servirla» e congedandosi «con vera stima». La lettera fu scritta pochi giorni dopo il concistoro del 9 settembre 1743, nel quale papa Benedetto XIV creò Bolognetti cardinale, e appena due giorni dopo l’assegnazione della diaconia dei Santi Cosma e Damiano. Costituisce quindi una testimonianza diretta dei rapporti epistolari e delle congratulazioni seguite alla nomina. Mario Bolognetti (1691–1756), cardinale e uomo di Curia romano, fu protonotario apostolico, prefetto dell’Annona e tesoriere generale della Camera Apostolica. Creato cardinale da Benedetto XIV nel 1743, fu successivamente legato pontificio in Romagna e membro di diverse congregazioni romane.
L’indicazione del destinatario è apposta in basso a sinistra nella forma «Al Sen. Mar.se Luigi Albergati – Bologna».
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05/11/2026 20:32
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Stima: 180 - 250€
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Autografo del cardinale Raffaele Cosimo de’ Girolami su lettera manoscritta datata Roma, 21 Settembre 1743. Redatta su una pagina e indirizzata a un «Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore», richiamato nel testo mediante l’abbreviazione «V.E.», presenta in calce la formula e la firma autografe «Servitore vero, C. Card. de Girolami». Nella missiva De’ Girolami ringrazia il destinatario per la cortese attenzione dimostratagli nel congratularsi per la sua recente promozione alla dignità cardinalizia. Esprime le proprie «distintissime grazie» e assicura il pieno riconoscimento per la benevolenza ricevuta, manifestando il desiderio di continuare a essere favorito dai suoi comandi e di poterlo servire. Termina con la deferente formula «e bacio a V.E. le mani». La lettera fu scritta appena dodici giorni dopo la nomina di De’ Girolami a cardinale, avvenuta il 9 settembre 1743, e documenta i rapporti di cortesia e riconoscenza che accompagnavano la sua elevazione nella gerarchia ecclesiastica. Raffaele Cosimo de’ Girolami (1670–1748), ecclesiastico e uomo di Curia fiorentino, fu arcivescovo titolare di Damietta e assessore del Sant’Uffizio. Creato cardinale nel 1743, fu prefetto delle congregazioni delle Indulgenze e reliquie e dei Vescovi e regolari.
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05/11/2026 20:33
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Lettera interamente autografa di Giovanni Girolamo Gradenigo, datata Roma, 16 novembre 1765 e indirizzata al reverendo Roberto Sabbionati, a Motta. Redatta a inchiostro su un foglio ripiegato, reca in calce la firma «Giangirolamo Gradenigo C.R.». Al verso sono presenti l’indicazione del destinatario e un sigillo in ceralacca nera. Il foglio conserva piegature d’uso e leggere macchie. Nella missiva Gradenigo esprime profonda riconoscenza per l’«amorosa assistenza» prestata dal destinatario al fratello Bartolomeo durante la sua ultima malattia e per la diligente relazione degli avvenimenti che ne avevano accompagnato la morte. Non volendo limitarsi a un ringraziamento formale, allega il privilegio di celebrare due Messe privilegiate alla settimana, valido per tutta la vita di Sabbionati, ottenuto dopo aver presentato una specifica supplica al pontefice. La missiva fu scritta pochi giorni dopo la morte di Bartolomeo Gradenigo, arcivescovo di Udine, avvenuta a Motta di Livenza il 2 novembre 1765. Il Senato veneziano lo elesse Arcivescovo di Udine alla sede udinese il successivo 28 novembre, mentre la consacrazione seguì a Roma nel febbraio 1766. Giovanni Girolamo Gradenigo (1708–1786), religioso teatino ed erudito veneziano, fu procuratore e visitatore generale del proprio ordine. Arcivescovo di Udine dal 1766, ampliò il seminario e la biblioteca ecclesiastica, promosse la costruzione dell’ospedale cittadino e sostenne la formazione religiosa in lingua friulana.
Gradenigo dichiara di avere illustrato al Papa le qualità personali del destinatario, ottenendo così la grazia richiesta. Ricorda inoltre l’assistenza offerta negli ultimi giorni al fratello dal degno arciprete di Motta: avrebbe desiderato procurare anche a quest’ultimo un privilegio, ma, non sapendo quale grazia potesse essergli gradita e osservando che il pontefice era «assai parco» nel concederle, aveva preferito non avanzare una seconda domanda. La lettera termina con la richiesta di conservarne l’amicizia e con espressioni di stima, riconoscenza e devozione.
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05/11/2026 20:34
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Lettera manoscritta con aggiunta e firma autografe del cardinale Giacinto Sigismondo Gerdil, datata Roma, 23 dicembre 1780 e indirizzata al signor Cirro Aurispa, a Macerata, presumibilmente membro dell’Accademia dell’Arcadia, alla quale apparteneva anche Gerdil. Il testo principale è vergato da mano di segreteria; nella parte inferiore, sotto la formula «Di V.S. Ill.ma», il cardinale aggiunge alcune righe interamente autografe, seguite in basso a destra dalla propria firma. Nella missiva Gerdil ricambia gli auguri ricevuti per il Santo Natale e per il principio del nuovo anno, ringraziando il destinatario per la sua «singolar compitezza». Prega quindi il Signore di riversare su di lui «l’abbondanza di sue celesti benedizioni» e conclude il testo ufficiale con una formula di stima, riconoscenza e disponibilità a riceverne i comandi. La lettera è accompagnata da due ritratti a stampa del cardinale. Il primo, di composizione più semplice, presenta Gerdil a mezzo busto in abito ecclesiastico, con croce pettorale, e reca in calce il nome «Giacinto Sigismondo Card. Gerdil» e l’indicazione dell’incisore C. Liberali. Il secondo, più elaborato, mostra il cardinale entro una cornice ovale, affiancata dagli stemmi pontificio e cardinalizio; nella parte inferiore compare una lunga iscrizione latina con le sue qualifiche ecclesiastiche e la menzione della creazione cardinalizia del 1777. L’incisione è firmata da Antonio Capellan. La destinazione maceratese richiama i legami di Gerdil con la città, nella cui università aveva insegnato filosofia prima del trasferimento a Torino. Il possibile rapporto tra i due corrispondenti nell’ambito dell’Accademia dell’Arcadia offre inoltre un plausibile contesto per il tono di amicizia, considerazione intellettuale e reciproca stima che caratterizza la lettera.
Giacinto Sigismondo Gerdil (1718–1802), cardinale, teologo e filosofo barnabita, insegnò nelle università di Macerata e Torino e fu precettore del principe di Piemonte. Membro dell’Accademia dell’Arcadia, fu creato cardinale nel 1777 da Pio VI e divenne prefetto della Congregazione dell’Indice.
Nell’aggiunta autografa Gerdil esprime il desiderio di conservare la «buona grazia ed amicizia» del destinatario, dichiarandola particolarmente cara per la molta stima nutrita verso i suoi meriti. La sottoscrizione autografa, collocata in basso a destra, reca la formula «Aff.mo per servirla di vero cuore» e la firma «G. Card. Gerdil».
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05/11/2026 20:35
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Autografo del cardinale Giuseppe Maria Doria Pamphilj su supplica manoscritta con rescritto "Ex Audientia Sanctissimi" di Papa Pio VII, datata Roma, 17 maggio 1802, relativa alla concessione delle indulgenze della Via Crucis nell’oratorio privato del nobile milanese Francesco Calderara. Il documento, disposto su più facciate di un foglio ripiegato, reca annotazioni di cancelleria, sigilli impressi a secco e la firma autografa del cardinale. Nella supplica, indirizzata al «Beatissimo Padre» Pio VII, Francesco Calderara dichiara di essere titolare di un precedente indulto apostolico che gli consentiva di mantenere un oratorio nelle proprie abitazioni, situate nella città e diocesi di Milano. Avendovi fatto erigere le Stazioni della Via Crucis, chiede che le indulgenze concesse per tale pratica devozionale possano essere conseguite anche dalle persone appartenenti alla sua casa, espressamente comprendendo i commensali, le donne di servizio e i servitori. Il documento riunisce così le diverse fasi della pratica: la supplica privata, la decisione assunta nell’udienza pontificia e il successivo provvedimento dell’autorità francescana. La delega ai Minori Osservanti è direttamente connessa alla loro competenza sulla devozione della Via Crucis e sulla concessione dei relativi benefici spirituali. Giuseppe Maria Doria Pamphilj (1751–1816), cardinale e diplomatico, fu nunzio apostolico in Francia e segretario di Stato di Pio VI. Sotto Pio VII ricoprì gli incarichi di segretario dei Memoriali e pro-camerlengo di Santa Romana Chiesa, intervenendo nell’esame delle suppliche private rivolte al pontefice.
Al verso è vergato il rescritto «Ex Audientia Sanctissimi», datato 17 maggio 1802. Pio VII rimette l’esame e la decisione al reverendissimo Commissario generale dei Frati Minori dell’Osservanza, conferendogli le facoltà necessarie per provvedere alla richiesta. Segue il decreto esecutivo aperto dalla formula «Vigore Pontificii Rescripti», mediante il quale Ilario da Montemagno, Commissario generale della famiglia cismontana dei Minori Osservanti, concede ai familiari e ai conviventi di Calderara la partecipazione alle indulgenze richieste. L’atto è emanato presso il convento romano di Santa Maria in Aracoeli.
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Pontificio manoscritto in lingua latina, emanato sotto il pontificato di Pio VII e sottoscritto dal cardinale Ercole Consalvi, datato Roma, presso Santa Maria Maggiore, 18 dicembre 1821. Il documento è redatto su un ampio foglio ripiegato e reca la formula «Pius PP. VII», la firma autografa «H. Card. Consalvi» e un sigillo aderente in ceralacca rossa protetto da carta. L’atto riguarda la concessione per la celebrazione della Messa in un oratorio privato della famiglia Veratti a Modena. Nel testo sono nominati i fratelli Bartolomeo e Francesco Veratti, richiedenti il privilegio, mentre le successive annotazioni si riferiscono a Giovanni Battista Veratti. Il pontefice delega il vescovo di Modena a verificare che l’oratorio, costruito all’interno dell’abitazione, sia decorosamente predisposto, separato dagli usi domestici e provvisto degli arredi necessari al culto. Accertate tali condizioni, il presule può autorizzarvi la celebrazione della Messa privata, nel rispetto delle limitazioni liturgiche e dei diritti parrocchiali. Ercole Consalvi (1757–1824), cardinale, diplomatico e uomo di Stato, fu il principale collaboratore di Pio VII e suo segretario di Stato. Negoziò il Concordato con la Francia nel 1801, rappresentò la Santa Sede al Congresso di Vienna e diresse la riorganizzazione dello Stato Pontificio dopo l’età napoleonica.
Nella parte inferiore compare un’annotazione della Cancelleria vescovile di Modena, datata 12 gennaio 1822 e sottoscritta da Tiburzio Cortese, vescovo della città dal 1786 al 1823, relativa all’esame e all’esecuzione del privilegio pontificio. Al verso è apposta una seconda registrazione, datata 7 febbraio 1827, con timbro della Cancelleria vescovile di Modena e sottoscrizione di Giuseppe Emilio Sommariva, vescovo dal 1824 al 1829. Questi interventi documentano il protrarsi degli effetti amministrativi e liturgici della concessione negli anni successivi alla sua emanazione.
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Autografo di Luigi Bottiglia su lettera manoscritta, datata 10 marzo 1826, recante in calce la qualifica «Il Presidente delle Acque» e la sottoscrizione «Luigi Bottiglia Arcivescovo di Pirgi». Nella missivaBottiglia comunica che alcuni operai, in forza di un suo precedente ordine del 7 marzo, sono impegnati nello sfondamento del fosso prossimo a una delle «Grandi Botti» presso Salone. Autorizza quindi l’ingegnere a far eseguire, mediante le stesse maestranze, anche lo sfondamento dei fossi di separazione dell’acqua del Fontanile di Bocca di Leone. L’intervento era stato segnalato dallo stesso ingegnere come necessario poiché l’interruzione del corso dell’acqua provocava l’allagamento della strada. Il documento testimonia l’attività amministrativa della Presidenza delle Acque e Ripe dello Stato Pontificio nella gestione dei fossi, dei fontanili e della viabilità interessata dal deflusso delle acque nel territorio romano. Luigi Antonio Bottiglia (1752–1836), ecclesiastico piemontese appartenente alla famiglia dei conti di Savoulx, fu chierico della Camera apostolica e presidente delle Acque e Ripe dal 1823 al 1828. Nominato arcivescovo titolare di Pirgi nel 1826, fu creato cardinale nel 1834.
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Breve istanza parlamentare interamente autografa e firmata da Paolo Boselli, redatta il 29 maggio 1877 su carta intestata della Camera dei deputati. Nella parte superiore del foglio compare, impresso in blu, lo stemma sabaudo affiancato da bandiere e accompagnato dalla dicitura «Camera dei Deputati». Nell'istanza Boselli formula una concisa richiesta di congedo di dieci giorni, seguita dalla data «29 Maggio 1877» e la firma abbreviata «P. Boselli». Il testo è disposto al centro del foglio in grafia ampia e scorrevole. Sono presenti leggere fioriture e la trasparenza della scrittura tracciata sul lato opposto. Nel 1877 Boselli sedeva alla Camera nella XIII legislatura quale deputato del collegio di Savona, eletto nell’area del centro-destra. Il documento appartiene quindi alla prima fase della sua lunga attività parlamentare, iniziata nel 1870 e precedente di quasi quarant’anni alla nomina a presidente del Consiglio. Paolo Boselli (1838–1932), economista e uomo politico italiano, fu più volte ministro della Pubblica istruzione, delle Finanze, del Tesoro e dell’Agricoltura. Presidente del Consiglio dal 1916 al 1917, guidò un governo di unità nazionale durante la Prima guerra mondiale, dimettendosi dopo la disfatta di Caporetto.
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Attestato ecclesiastico in lingua latina firmato dall’arcivescovo di Ferrara Filippo Filonardi, datato «Ferrariae, 21 dicembre 1833». Redatto mediante un modulo tipografico completato con integrazioni manoscritte, presenta nella parte superiore il nome e i titoli dell’arcivescovo, disposti ai lati dello stemma prelatizio. Alcune clausole prestampate risultano cassate a penna e adattate al caso specifico. Il documento, indicato in calce come «Testimonium pro Ordinibus Minoribus», certifica una sacra ordinazione celebrata da Filonardi nella cappella del palazzo arcivescovile di Ferrara. Dopo il previsto esame e gli esercizi spirituali, il candidato viene ammesso alla prima tonsura clericale e agli ordini minori dell’ostiariato e del lettorato, secondo il rito della Chiesa e le prescrizioni del Concilio di Trento. La prima tonsura segnava allora l’ingresso formale nello stato clericale. Gli ordini minori costituivano invece le tappe iniziali del percorso di formazione verso gli ordini maggiori e, generalmente, il sacerdozio: l’ostiario era simbolicamente destinato alla custodia della chiesa e all’accoglienza dei fedeli, mentre al lettore spettava la proclamazione delle Sacre Scritture. Nel XIX secolo tali conferimenti avevano soprattutto una funzione preparatoria e attestavano il progressivo avanzamento del candidato nel percorso ecclesiastico. Filippo Filonardi (1753–1834), ecclesiastico romano, fu elemosiniere apostolico e arcivescovo titolare di Atene. Nominato arcivescovo metropolita di Ferrara nel 1826, resse l’arcidiocesi fino alla morte, dedicandosi all’attività pastorale, alle visite nelle parrocchie e alle istituzioni assistenziali cittadine.
In basso compare l’ampia firma autografa «Philippus Archiepiscopus», accompagnata dalla sottoscrizione del funzionario della cancelleria arcivescovile. Sul margine inferiore sinistro è applicato il sigillo arcivescovile impresso su carta.
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Autografo di Giuseppe Singlau, vescovo di Borgo San Sepolcro, su lettera manoscritta indirizzata al marchese Cesare Boccella, ministro della Pubblica Istruzione in Toscana, e datata «Pisa, 21 agosto 1849». Il foglio presenta le pieghe originarie e alcune cancellature posteriori a inchiostro blu, apposte in particolare sul nome dell’insegnante menzionato nel testo. Nella missiva, congratulandosi per la recente nomina del destinatario, Singlau gli annuncia di essere stato designato vescovo di Borgo San Sepolcro con l’approvazione del pontefice e del granduca di Toscana. Precisa che nel successivo mese di settembre avrebbe ricevuto la consacrazione episcopale e che si sarebbe quindi recato personalmente dal ministro per presentargli i propri omaggi. Nel frattempo gli sottopone una questione riguardante il seminario diocesano, affidandolo alla sua protezione. La lettera documenta uno dei primi interventi di Singlau quale vescovo designato di Sansepolcro, pochi mesi dopo la nomina e prima della consacrazione episcopale. Giuseppe Singlau (1801–1867), ecclesiastico pisano, fu ordinato sacerdote nel 1824 e nominato vescovo di Sansepolcro il 20 aprile 1849. Consacrato a Pisa il 16 settembre dello stesso anno, resse la diocesi biturgense fino alla morte.
Il vescovo riferisce di aver saputo che un ex maestro, il cui nome risulta ripetutamente censurato, andava proclamando la propria innocenza e sperava di essere reintegrato nell’insegnamento. Ricorda tuttavia che costui era già stato sospeso dal governo in seguito ai gravi disordini provocati nel seminario e sostiene con fermezza che una sua riammissione comprometterebbe l’educazione morale e spirituale dei giovani destinati al sacerdozio. Dichiara pertanto di non poter consentire che l’insegnamento fosse nuovamente affidato a una persona dalla condotta e dalle idee ritenute inadeguate, rivendicando come proprio preciso dovere la tutela degli allievi e la scelta di docenti di condotta esemplare.
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Autografo di Giovanni Tommaso Neuschel, vescovo di Parma, su lettera manoscritta datata Parma, 2 luglio 1852 e indirizzata al signor Luigi Becchetti, a Berceto. Il testo è vergato da mano di segreteria e reca in calce la formula «per servirla» e l’ampia sottoscrizione autografa «Giovanni, Vescovo». Nella missiva Neuschel risponde a una precedente istanza con la quale Becchetti aveva chiesto il suo intervento per ottenere il pagamento di un credito. Il vescovo spiega di non poter obbligare direttamente al saldo, poiché la precedente gestione economica del Seminario era cessata e l’amministrazione non si trovava nelle sue mani. La missiva risale agli ultimi mesi dell’episcopato parmense di Neuschel, che lasciò la diocesi nel settembre 1852 dopo anni segnati da difficili rapporti con parte del clero e dal complesso clima politico seguito ai moti del 1848. Giovanni Tommaso Neuschel (1780–1863), religioso domenicano di origine ungherese, fu confessore e consigliere della duchessa Maria Luigia. Vescovo di Guastalla e poi di Borgo San Donnino, resse la diocesi di Parma dal 1843 al 1852; dopo le dimissioni venne nominato arcivescovo titolare di Teodosiopoli.
Consiglia pertanto al destinatario di rivolgersi alla Prima Congregazione Conciliare di Parma, amministratrice dei beni del Seminario diocesano, presentando una domanda corredata dai documenti comprovanti il credito reclamato.
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Autografi di Francesco Paoli, sacerdote rosminiano e primo biografo di Antonio Rosmini, su lettera con ampia parte interamente autografa, datata Rovereto, 2 marzo 1884 e indirizzata al dottor Leopoldo Borconi. La missiva è costituita da un bifolio di quattro pagine: la prima contiene la comunicazione personale autografa, mentre sulla terza è stampata una circolare completata da Paoli con la data e una seconda firma autografa. È presente anche la busta originale, recante l’indicazione manoscritta del destinatario e la destinazione di Lucca. Nella lettera personale Paoli racconta di aver rinvenuto, mentre riordinava le proprie carte per ricavarne memorie su Antonio Rosmini, una lettera del professor Paganini del 1836, accompagnata da una poesia composta dal destinatario quando era ancora giovane. Ricordando la stima e l’affetto manifestati da Borconi verso Rosmini fin dalla giovinezza, presume che tali sentimenti si siano rafforzati con il tempo e gli sottopone la circolare allegata, confidando in una risposta favorevole. Conclude con la formula «Devotissimo suo» e la firma «Francesco Paoli». La forma impersonale del testo stampato e gli spazi destinati alle integrazioni manoscritte indicano verosimilmente una circolare predisposta per essere inviata a più corrispondenti. La lettera autografa che la accompagna personalizza invece la richiesta, richiamando il rapporto del destinatario con Rosmini e spiegando le ragioni della raccolta. Il documento si colloca nell’attività svolta da Paoli negli anni Ottanta dell’Ottocento per raccogliere testimonianze sulle virtù del filosofo e preparare sia la prosecuzione della sua biografia sia l’auspicata apertura del processo informativo. Francesco Paoli (1808–1891), sacerdote dell’Istituto della Carità, fu segretario personale di Antonio Rosmini ed esecutore delle sue volontà. Dopo la morte del filosofo ne custodì gli scritti e la memoria, divenendone il primo biografo e pubblicando opere dedicate alla sua vita, al pensiero e alle virtù.
La terza pagina presenta un testo prestampato rivolto a un generico «Pregiatissimo Signore». Paoli dichiara di essere stato incoraggiato da personalità autorevoli a richiedere l’apertura di un processo informativo sulle virtù di Antonio Rosmini e domanda al destinatario una testimonianza diretta. Il formulario chiede quando e in quali circostanze abbia conosciuto Rosmini, quale opinione si sia formato delle sue virtù e della santità della sua vita, su quali argomenti fondi tale giudizio e quale stima goda il nome del filosofo presso le persone autorevoli del luogo di residenza. In calce sono aggiunte a mano la data 2 marzo e la firma autografa di Paoli.
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Lettera interamente autografa e firmata del cardinale Francesco Battaglini, allora arcivescovo di Bologna, datata «Farneto – Villa del Seminario, 22 agosto 1888». Redatta su quattro pagine di un bifolio con stemma cardinalizio e monogramma impressi in rosso, è indirizzata a don Alessandro Fantelli, curato della chiesa di Santa Caterina a Bologna. Conservata anche la busta originale, con l’indicazione manoscritta del destinatario. Nella missiva Battaglini ringrazia il sacerdote per avergli fatto avere alcuni ricordi della sua «compianta ottima sorella» ed esprime la profonda partecipazione al lutto. Racconta di aver inizialmente creduto che l’annuncio funebre si riferisse a un’altra persona e di aver chiesto, con esitazione, informazioni in arcivescovado. Non avendo ricevuto una conferma sicura, aveva sperato che si trattasse di un equivoco. Aggiunge di non aver voluto interrogare direttamente Fantelli, temendo di commettere una mancanza di riguardo, e descrive la dolorosa perplessità nella quale rimase fino alla definitiva conferma della morte. La lettera documenta il rapporto personale e pastorale dell’arcivescovo con il clero bolognese, espresso attraverso una partecipazione al lutto intensa e priva di formalità. Francesco Battaglini (1823–1892), ecclesiastico e teologo italiano, fu vescovo di Rimini e, dal 1882, arcivescovo di Bologna. Creato cardinale da Leone XIII nel 1885 con il titolo di San Bernardo alle Terme, guidò l’arcidiocesi bolognese fino alla morte.
La seconda parte della lettera assume un tono di consolazione religiosa. «Il Signore ha voluto questo sacrificio! Noi abbiamo molto perduto!», scrive il cardinale, ricordando che la defunta aveva preparato con la propria vita il raggiungimento della meta cristiana. Afferma che Dio l’ha chiamata presto a sé, assegnandole un posto fra gli eletti, e invita il curato a trovare conforto nel pensiero della sua beatitudine e della futura riunione in un luogo nel quale non vi saranno più separazioni.
Battaglini conclude richiamando il sentimento di amicizia che lo lega al destinatario, al quale rivolge «saluti cordialissimi» e auguri di ogni benedizione, accompagnati dai conforti attesi dalla bontà divina.
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Autografo del cardinale Serafino Vannutelli su atto pontificio manoscritto in lingua latina, redatto in elegante grafia calligrafica su un grande foglio ripiegato. In apertura compare l’intestazione «LEO PP. XIII», riferita a papa Leone XIII. Il documento, datato Roma, presso San Pietro, 21 marzo 1893, sedicesimo anno di pontificato, è sottoscritto dal cardinale Serafino Vannutelli nelle veci del pontefice. La concessione autorizza la costruzione di una cappella privata all’interno della sua proprietà e, conseguentemente, permette di farvi celebrare la Messa. Nel testo sono ricordati anche la moglie Francesca, contessa Nicelli, e i loro figli. La facoltà è accordata nel rispetto delle disposizioni ecclesiastiche: la cappella deve essere preventivamente visitata e approvata dall’autorità diocesana e la celebrazione deve essere affidata a sacerdoti regolarmente autorizzati. È consentita una sola Messa al giorno, con esclusione delle principali solennità dell’anno liturgico; la concessione non dispensa inoltre i beneficiari dall’obbligo di assistere alla Messa nei giorni festivi. Il documento testimonia il procedimento canonico previsto per l’istituzione di una cappella privata: alla concessione rilasciata per autorità pontificia seguivano la visita del luogo, l’approvazione dell’ordinario diocesano e l’autorizzazione a celebrarvi le funzioni religiose. Serafino Vannutelli (1834–1915), cardinale e diplomatico pontificio, fu nunzio apostolico in Belgio e nell’Impero austro-ungarico. Creato cardinale da Leone XIII nel 1887, ricoprì numerosi incarichi nella Curia romana e divenne decano del Collegio cardinalizio.
Carlo Maria Borgognoni (1836–1900), già arcivescovo di Urbino, resse l’arcidiocesi di Modena e l’abbazia di Nonantola dal 1889 fino alla morte.
L’atto è indirizzato all’arcivescovo della diocesi Mutinensis, ossia di Modena, e accoglie la richiesta del nobile Giovan Battista Rossi Veratti.
Giunto alla sede arcivescovile di Modena, il documento fu esaminato e controfirmato da Carlo Maria Borgognoni. La convalida locale, datata Modena 14 aprile 1893, autorizza l’esecuzione della concessione pontificia, subordinandola alla verifica e all’approvazione della cappella. In calce sono presenti la firma «Carolus M. Archiepiscopus», una sottoscrizione di cancelleria, un timbro in inchiostro rosso e il grande sigillo circolare dell’arcivescovo di Modena e abate di Nonantola.
Al verso compare l’indirizzo manoscritto «Venerabili Fratri Archiepiscopo Mutinensi», ossia “al venerabile fratello arcivescovo di Modena”, accompagnato da un timbro d’agenzia e da ulteriori firme e annotazioni relative alla trasmissione e alla registrazione dell’atto.
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05/11/2026 20:44
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Complesso manoscritto, databile nella seconda metà del XVIII secolo, composto da cinque carte sciolte relative alla costruzione e all’impiego di una meridiana universale portatile, definita nel testo «oriolo universale portatile» e «chiamato da’ Greci Elioscopio». Le carte, vergate a inchiostro bruno, presentano testi esplicativi, calcoli e numerose figure geometriche tracciate a penna. Al verso dell’ultima carta compare l’indirizzo «A Sua Eccellenza il Sig.r M.se Gherardo Molza», con destinazione Motta, insieme a un sigillo araldico in ceralacca rossa ben conservato. Il testo illustra anzitutto la fabbricazione dello strumento sopra una tavoletta di bosso o di altro legno simile. Prescrive di tracciare due cerchi concentrici destinati a formare un anello, di individuare il centro e di suddividere la superficie in quadranti. Seguono le istruzioni per segnare il circolo equinoziale, i paralleli disposti a intervalli di dieci gradi e le linee corrispondenti alle ore antimeridiane e pomeridiane. L’autore precisa che la graduazione può essere adattata alle diverse latitudini e accompagna la spiegazione con disegni dello gnomone, della proiezione dell’ombra e degli angoli necessari alla costruzione. Una sezione descrive il procedimento per trovare la linea meridiana sopra un piano orizzontale, servendosi dell’ombra prodotta dal Sole e di costruzioni eseguite con riga e compasso. Altri fogli comprendono una tavola con i nomi e i simboli dei segni zodiacali, annotazioni relative al sorgere del Sole e al mezzogiorno in differenti momenti dell’anno, nonché un capitolo intitolato «Europa», dedicato al «modo di sapere con questo oriolo quanto sia l’hore in qualsivoglia città o paese». Lo strumento era dunque concepito per determinare l’ora solare tenendo conto della posizione geografica del luogo. Il manoscritto appartiene alla tradizione della gnomonica, disciplina nella quale astronomia pratica, geometria e costruzione di strumenti erano strettamente collegate. L’insieme documenta in forma concreta le operazioni necessarie per realizzare una meridiana portatile utilizzabile a differenti latitudini, con particolare attenzione all’orientamento, all’inclinazione dello gnomone e alla lettura dell’ombra solare.
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05/11/2026 20:45
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Elaborato tecnico manoscritto relativo a un «Orologio Solare Orizzontale alla Francese ed Italiana», costruito per l’illustrissimo conte Gerolamo Selvatico e datato S. Damiano, 4 Ottobre 1821. L’insieme è composto da un grande foglio con il progetto dell'orologio, disegnato a inchiostro nero e rosso, e da un foglio manoscritto contenente le indicazioni necessarie alla costruzione e al corretto orientamento dello strumento. L’autore non è indicato. Il quadrante presenta una doppia suddivisione oraria. Le ore alla francese sono segnate in nero con numeri arabi, disposti lungo il margine esterno; quelle all’italiana sono tracciate in rosso e contraddistinte da numeri romani. I due sistemi corrispondevano a differenti convenzioni di misurazione del tempo: quello francese divideva il giorno secondo il computo moderno in due cicli di dodici ore, mentre quello italiano contava le ore lungo un ciclo di ventiquattro, tradizionalmente riferito al tramonto. Al centro sono indicati il «Polo gnomonico» e il «Piede dello stile», punti necessari per il posizionamento dello gnomone e per la proiezione dell’ombra sulle diverse linee orarie. Compare inoltre una linea riferita al computo ecclesiastico. Il foglio esplicativo descrive come individuare con precisione la linea meridiana e misurare l’orientamento mediante l’impiego di un quadrante. Il procedimento prevede osservazioni ripetute degli angoli formati rispetto al Sole, la costruzione di rette perpendicolari e il confronto delle misure rilevate al mattino e nel pomeriggio. Da tali operazioni si ricavavano il mezzogiorno locale, la direzione dei punti cardinali e gli angoli indispensabili per disporre correttamente lo stile e le linee dell’orologio. Il complesso documenta concretamente la pratica ottocentesca della gnomonica, nella quale osservazione astronomica, geometria e disegno tecnico concorrevano alla realizzazione di strumenti calibrati per un luogo preciso.
Al verso del disegno è presente un diagramma geometrico impostato su due assi ortogonali, assimilabile a un sistema cartesiano, con punti contrassegnati dalle lettere A, C, G e Y e ulteriori linee ausiliarie tracciate a matita. Il grafico serviva verosimilmente a trasferire sul quadrante le misure e gli angoli ottenuti durante le operazioni preliminari.
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05/11/2026 20:46
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Autografo dell’erudito e archeologo Giovanni Giustino Ciampini su lettera manoscritta, datata Roma, 13 giugno 1691 e indirizzata a un «Reverendissimo Signore». La missiva è vergata su due facciate e si conclude con una formula di ossequio e con la sottoscrizione di Ciampini. Al verso compare l’indicazione del mittente; il foglio conserva le pieghe originarie di spedizione. Nella missiva Ciampini scrive di aver accolto volentieri l’occasione offertagli dal signor Malavista per avviare una corrispondenza con il destinatario. Ringrazia per aver ricevuto notizia dell’opera del di lui defunto padre, indicata nella lettera con il titolo La Scopetta, e di uno scritto composto dallo stesso destinatario in difesa del genitore. Ricorda quindi la profonda erudizione del padre nel campo delle antichità romane e afferma di averlo menzionato con parole di stima nella propria opera De veteribus monumentis. La lettera documenta gli scambi tra gli studiosi di antichità attivi a Roma alla fine del Seicento e richiama il dibattito erudito sull’identificazione dell’antica città di Veio. I riferimenti a opere, manoscritti e giudizi critici mostrano la circolazione dei testi e il ruolo della corrispondenza privata nella costruzione delle relazioni intellettuali. Giovanni Giustino Ciampini (1633–1698), erudito e archeologo romano, si dedicò soprattutto allo studio dell’arte paleocristiana e medievale. Fondò accademie di storia ecclesiastica e di scienze e pubblicò i Vetera monimenta, opera illustrata dedicata in particolare ai mosaici e agli antichi edifici sacri.
Nel prosieguo richiama Giovanni Lucio, ricordato come uomo di vasta cultura, e la "Roma antica" della quale riferisce di aver visto il manoscritto originale prima della stampa e di aver letto il volume più volte con grande soddisfazione. Comunica inoltre di possedere L’Antico Veio, opera dedicata al cardinale Antonio Barberini, ammettendo tuttavia di non averla ancora potuta esaminare a causa dei propri incarichi e studi. Promette di leggerla quanto prima e di comunicare successivamente il proprio giudizio. Chiude assicurando al destinatario la sua stima e dichiarandosi ammiratore delle sue virtù.
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05/11/2026 20:47
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Autografo di Francesco Albergati Capacelli su lettera manoscritta datata Venezia 30 Marzo 1770 e indirizzata al marchese Gherardo Molza di Modena, appellato con il titolo di «Eccellenza». Albergati apre la missiva esprimendo il proprio cordoglio per una «deplorabile perdita» subita dal marchese, assicurandogli di partecipare con vivo sentimento al suo dolore. Prosegue dichiarando che, se tale sincera manifestazione potrà almeno in parte alleviarne la tristezza, Molza non dovrà esitare a rendergli «quella giustizia» che egli desidera meritare, dandogliene prova attraverso i suoi graditi comandi. La lettera si conclude con una rinnovata attestazione di stima. L’espressione «farmi quella giustizia», nel linguaggio cerimonioso dell’epoca, indica la richiesta di riconoscere la sincerità dei sentimenti manifestati da Albergati e di continuare a considerarlo persona disponibile al servizio del destinatario. Francesco Albergati Capacelli (1728–1804), scrittore, commediografo e uomo politico bolognese, fu senatore e più volte gonfaloniere di giustizia. Amico e corrispondente di Goldoni, Voltaire e Alfieri, si dedicò al teatro come autore, traduttore, attore e promotore di rappresentazioni private.
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05/11/2026 20:48
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Autografo di Cesare Correnti su diploma di nomina a cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, intestato a «S.M. Umberto I, per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia», rilasciato al sottotenente dei Carabinieri Reali Sebastiano Rebuffo. Il documento, ornato da un’elaborata intestazione tipografica, presenta parti a stampa e integrazioni manoscritte, il sigillo a secco del Gran Magistero dell’Ordine della Corona d’Italia e, applicata nel margine superiore destro, una miniatura della decorazione con il caratteristico nastro rosso attraversato da una banda bianca. È inoltre presente la firma autografa del capo del personale. Il decreto riproduce il regio decreto emanato a Roma il 16 gennaio 1883, con il quale Umberto I, su proposta del presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Agostino Depretis, nomina Rebuffo cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia in considerazione delle sue «particolari benemerenze», concedendogli la facoltà di fregiarsi delle relative insegne. Istituito da Vittorio Emanuele II nel 1868, l’Ordine della Corona d’Italia era destinato a riconoscere benemerenze civili, militari e politiche di cittadini italiani e stranieri. Il grado di cavaliere costituiva la prima delle cinque classi dell’Ordine. Cesare Correnti (1815–1888), patriota, scrittore e uomo politico italiano, partecipò alle Cinque giornate di Milano e fu deputato dal 1849. Due volte ministro della Pubblica istruzione, contribuì alla fondazione della Società geografica italiana; nel 1886 venne nominato senatore del Regno.
Nella seconda parte Cesare Correnti, quale cancelliere dell’Ordine, certifica l’esecuzione delle disposizioni sovrane e l’iscrizione di Sebastiano Rebuffo nel Ruolo dei Cavalieri Nazionali al numero 27.513. Il certificato è datato Roma, 8 marzo 1883 e reca in calce le sottoscrizioni previste dall’amministrazione del Gran Magistero.
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Lettera interamente autografa di Johann Wilhelm Franz von Krohne, redatta lingua francese e datata «Berlin, le 30 Mars 1786». La missiva è indirizzata a un personaggio di rango principesco, appellato «Monseigneur» e «Votre Altesse Sérénissime». La sottoscrizione presenta la forma francesizzata «J. G. F. B. de Krohne», ovvero Johann Guillaume Franz, Baron de Krohne. Nella missiva Krohne si rivolge al destinatario quale protettore delle arti e delle scienze, chiedendogli di perdonare la libertà con cui gli sottopone l’«Avertissement d’un Catéchisme de Loix» da lui redatto. Lo prega quindi di accordare protezione alla sua opera, dichiarando che un giudizio favorevole e l’approvazione di Sua Altezza Serenissima avrebbero reso completa la propria soddisfazione. La lettera si conclude con una formale attestazione di profondo rispetto e con la formula «le plus humble et le plus soumis serviteur». Il termine Avertissement è qui impiegato nel significato editoriale settecentesco di avvertenza preliminare o presentazione dell’opera. Il «Catéchisme de Loix» menzionato è con ogni probabilità identificabile con il Rechts-Catechismus, entworfen und auf die Preußischen Gesetze angewandt, pubblicato a Berlino nello stesso 1786 anche nella versione francese intitolata Catéchisme du Droit projetté et appliqué aux loix Prussiennes. La coincidenza del titolo, della città e dell’anno permette di collegare la missiva alla preparazione o alla presentazione editoriale del volume, del quale Krohne cercava il patrocinio presso un esponente di una casa principesca. L’opera non era un catechismo religioso, ma un’esposizione didattica del diritto e delle leggi prussiane, organizzata secondo un modello destinato a renderne più accessibili i principi. La lettera documenta pertanto le pratiche di dedica e ricerca di protezione che accompagnavano la pubblicazione delle opere nel XVIII secolo, oltre a inserirsi nel più ampio contesto della divulgazione giuridica durante l’Illuminismo prussiano. Johann Wilhelm Franz von Krohne (1738–1787), scrittore e pubblicista tedesco, fu autore di opere di argomento giuridico, politico e genealogico. È ricordato soprattutto per il suo repertorio sulla nobiltà tedesca e per il Rechts-Catechismus del 1786. Tornato a Berlino in quello stesso anno, vi morì il 2 agosto 1787.
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Lettera interamente autografa di Camillo Antona Traversi, scritta a inchiostro su due facciate di un foglio ripiegato e datata «Settembre 28», senza indicazione dell’anno. Indirizzata a un destinatario non identificato, salutato come «Mio illustre Signore ed amico», reca in calce la firma «Camillo A. Traversi», seguita dall’ironica e amara definizione «ombra di sé medesimo!». Nella missiva Traversi ringrazia il destinatario per la lettera ricevuta, precisando che lo scritto lo ha trovato «ammalato di corpo e d’animo». Conferma tuttavia la propria disponibilità a sostenerlo e si compiace della sua partecipazione con un lavoro al «Concorso Sonzogniano». Forte della propria esperienza, gli consiglia di presentare un’opera dalla linea chiara e semplice, priva di un’eccessiva varietà d’impressioni e immediatamente comprensibile, soprattutto considerando la quantità di lavori affidati agli esaminatori. Il documento restituisce una testimonianza diretta della tarda maturità di Antona Traversi, divisa tra il generoso sostegno offerto a un collega e la sofferta consapevolezza dell’oblio nel quale riteneva caduta la propria produzione. Il riferimento al concorso promosso dall’ambiente Sonzogno colloca la lettera nel contesto dei rapporti professionali e delle competizioni letterarie e teatrali del tempo. Camillo Antona Traversi (1857–1934), commediografo, critico e studioso del teatro, aderì alla corrente verista e raggiunse notorietà con Le Rozeno e Danza macabra. Scrisse inoltre studi su Foscolo, Leopardi e D’Annunzio, memorie teatrali e, con Grazia Deledda, il dramma L’edera.
Nella seconda parte la lettera assume un tono più personale. L’autore si definisce «un grande dimenticato» e afferma che tale condizione lo addolora soprattutto per «la dignità dell’Arte». Richiama quindi diversi titoli legati alla propria attività teatrale, fra i quali Le Rozeno, Danza macabra e Terra o fuoco?, insieme a Il trionfo d’amore e I braccialetti. Attribuisce il proprio isolamento a una «nobile fierezza» della quale continua a dichiararsi orgoglioso. La missiva termina con l’affettuosa formula «Fraternamente, e di gran cuore».
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Biglietto da visita interamente autografo e firmato di Camillo Sivori, con il nome «Camillo Sivori» impresso tipograficamente al centro. Scritto su entrambe le facciate, è datato «Genova, 4 novembre», senza indicazione dell’anno, e indirizzato ad un destinatario «Cristoforo». Sivori ringrazia il destinatario per le «affettuose righe» ricevute e si premura di rassicurarlo sulle condizioni della famiglia: «stiamo tutti bene, malgrado il nostro gran dolore». Gli comunica quindi di attenderlo con impazienza, invitandolo a trattenersi con loro per alcuni giorni. Conclude stringendogli cordialmente la mano, inviando saluti alla famiglia e sottoscrivendosi «il sempre vostro aff.mo amico», seguito dalla firma «Camillo Sivori». Il biglietto documenta un rapporto di confidenza personale, espresso nel tono partecipe e familiare dell’invito. Camillo Sivori (1815–1894), violinista e compositore genovese, fu allievo di Niccolò Paganini e uno dei maggiori virtuosi italiani dell’Ottocento. Svolse un’intensa carriera concertistica in Europa e nelle Americhe e compose concerti, fantasie, romanze e studi per violino.
Il riferimento al «gran dolore» può presumibilmente collegarsi alla morte della moglie Hortense Damain, scomparsa nel 1883.
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Cartolina postale interamente autografa di Filippo Turati, datata Milano, 30 novembre 1888, e indirizzata ad Angelo Vaccaro, bibliotecario presso il Ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Al verso sono presenti l’indirizzo manoscritto del destinatario, l’impronta di affrancatura da 10 centesimi con l’effigie di Umberto I e i timbri postali di partenza e arrivo. Nella missiva Turati ricorda di aver già scritto a Vaccaro, il giorno 7 del mese, per chiedergli l’invio sollecito di un libro non meglio specificato. Non avendo ancora ricevuto risposta e ritenendo la questione urgente, rinnova la richiesta, spiegando che il volume potrebbe «illuminarlo» in vista di una delle sue prossime apparizioni pubbliche. Lo prega inoltre di informarlo qualora l’opera non fosse più disponibile. La cartolina si conclude con una formula di ossequio e con la firma «Filippo Turati». La natura del libro richiesto non è determinata ma il riferimento alle imminenti apparizioni pubbliche lascia tuttavia supporre che Turati cercasse materiale utile alla preparazione di un intervento o di un’iniziativa pubblica, plausibilmente collegata alla sua attività culturale e politica. Nel 1888 egli era già vicino al movimento operaio e agli ambienti socialisti milanesi, ma avrebbe fondato la Lega socialista milanese soltanto l’anno seguente. Filippo Turati (1857–1932), politico e giornalista, fu tra i fondatori nel 1892 del partito dal quale sarebbe nato il Partito Socialista Italiano. Principale esponente del socialismo riformista, fu deputato dal 1896; oppositore del fascismo, lasciò clandestinamente l’Italia nel 1926 e trascorse gli ultimi anni in esilio a Parigi.
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Autografo di Pasquale Villari su lettera manoscritta, redatta a Roma il 2 luglio 1891 su carta intestata del Ministero dell’Istruzione. Il foglio reca in alto l’emblema del Regno d’Italia stampato in blu con la dicitura «Ministero dell’Istruzione – Il Ministro». In calce compare l’indirizzo manoscritto del destinatario; presente la relativa busta viaggiata, indirizzata al professore a Turi di Bari. Sul recto sono presenti il francobollo e gli annulli postali di Roma del 2 luglio 1891; al verso compaiono l’emblema e l’intestazione ministeriale stampati in rosso, insieme ai timbri postali di transito o arrivo. Nella missiva Villari ringrazia il professore «per il gradito e cortese dono» di un esemplare del suo volume di versi intitolato Gramina. La breve comunicazione si chiude con la formula «Colla massima stima», seguita dall’indicazione della carica, «Il Ministro», e dalla firma autografa «P. Villari». La data colloca la lettera durante il mandato di Villari come ministro della Pubblica istruzione nel primo governo di Rudinì, incarico ricoperto dal febbraio 1891 al maggio 1892. La comunicazione documenta uno scambio di cortesia tra il ministro, storico e uomo di cultura, e l’autore di una raccolta poetica ricevuta in omaggio. Pasquale Villari (1827–1917), storico, docente e uomo politico italiano, insegnò a Pisa e a Firenze e fu deputato e senatore del Regno. Dedicò importanti studi a Girolamo Savonarola e Niccolò Machiavelli e fu ministro della Pubblica istruzione tra il 1891 e il 1892.
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Autografo di Andrew Jackson, settimo presidente degli Stati Uniti d’America su frammento di lettera. Il ritaglio (5,2 × 17,7 cm) conserva la sottoscrizione completa «Andrew Jackson», tracciata a inchiostro blu. Il frammento è applicato su un supporto cartaceo di maggiori dimensioni. Il frammento e il supporto presentano ingiallimenti e fioriture, riconducibili a un precedente allestimento. Essendo stata conservata soltanto la porzione contenente la firma, non sono presenti data, luogo, destinatario o parti del testo che permettano di ricostruire il contenuto e le circostanze della lettera originaria. Andrew Jackson (1767–1845), militare e politico statunitense, fu il settimo presidente degli Stati Uniti dal 1829 al 1837. Vincitore della battaglia di New Orleans e figura centrale nella formazione del Partito Democratico, la sua presidenza fu segnata dallo scontro con la Banca nazionale e dalla controversa politica di deportazione delle popolazioni native.
Annessa all’autografo è presente una fotografia a colori (27,3 × 20,1 cm) che riproduce un ritratto pittorico del presidente. Jackson è raffigurato a mezzo busto, con capelli bianchi, abito scuro, alto colletto bianco e ampia cravatta nera, su fondo in tonalità scure.
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Autografo del generale di William Tecumseh Sherman su frammento bifacciale di un registro di presenze o degli ospiti, non datato. Il ritaglio, ricavato da un documento più ampio e applicato su un foglio di supporto, conserva tracce di scrittura lungo i margini superiore e inferiore; a sinistra compare il numero manoscritto «9», accompagnato dalla qualifica abbreviata «Genl.» e dall’indicazione «Washington D.C.».
Il riferimento a Washington D.C. è coerente con l’attività istituzionale svolta da Sherman nella capitale federale. Nominato generale dell’esercito nel marzo 1869, fu comandante generale dell’United States Army dall’8 marzo 1869 al 1º novembre 1883. Il suo quartier generale ebbe sede a Washington, salvo il trasferimento a St. Louis nel 1874 e il successivo ritorno nella capitale nel 1876. La compresenza della qualifica «Genl.» e dell’indicazione «Washington D.C.» può quindi riferirsi al periodo del suo comando supremo, verosimilmente compreso tra il 1869 e il 1883. William Tecumseh Sherman (1820–1891), generale statunitense, fu uno dei principali comandanti dell’Unione durante la guerra civile americana. Noto per la campagna di Atlanta e la successiva marcia attraverso la Georgia, ricoprì dal 1869 al 1883 la carica di comandante generale dell’Esercito degli Stati Uniti.
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